Beatrice e Francesca

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Dante-em italiano

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Il disdegno di Beatrice e laverroismo di FrancescaRAFFAELE PINTOUniversitat de Barcelona Societat Catalana dEstudis Dantescos pinto.raffaele@gmail.com

RIASSUNTO: Nellarticolo viene analizzata la presenza di temi averroisti, e dellinfluenza cavalcantiana ad essa vincolata, in due momenti del percorso poetico di Dante, quello collegato al disdegno di Beatrice, che costituisce la cifra metapoetica delle rime che non furono oggetto di interpretazione in prosa nella Vita Nuova e nel Convivio, e quello collegato al personaggio di Francesca da Rimini, nel canto V dellInferno. PAROLE CHIAVE: averroismo, Beatrice, Cavalcanti, disdegno, francesca, umilt. ABSTRACT: This article analyses the presence of Averroan themes and the cavalcantine influence this emits, in two instances of Dantes poetical itinerary: that which is linked to Beatrices contempt, represented by the meta-poetic number of verses which were not later subject to prose interpretation in the Vita Nuova and the Convivio, and that linked to the character of Francesca da Rimini in Canto V of the Inferno. KEYWORDS: averroism, Beatrice, Cavalcanti, disdain, Francesca, humility.

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1. La ricognizione dei motivi averroisti (e neoaverroisti, ossia relativi allaverroismo latino) nellopera di Dante ha privilegiato, come era logico che fosse, il pensiero di Dante nei suoi aspetti filosofici, e si quindi concentrata sulle opere dottrinali, cio il Convivio, il De Vulgari Eloquentia e la Monarchia, e sui luoghi della Commedia nei quali il poeta affronta temi squisitamente dottrinari1. Un approccio pi letterario alla questione dellaverroismo, che ne individui gli effetti sul suo pensiero poetico, si verificato in rapporto a personaggi il cui simbolismo pi o meno chiaramente impregnato di elementi riconducibili al filosofo di Cordova, come il caso dello stesso Averos, che l gran comento feo, nel IV dellInferno (144) e di Sigieri di Brabante che appare nel Fiore (XCII, 9-112) e nella Commedia (Par. X, 133-1383), nei quali il riferimento ovvio, e poi di Guido Cavalcanti (nellepisodio relativo al padre, Inf. X4) e di Ulisse (Inf. XXVI5). Un indizio di pi stringente adesione allaverroismo sul piano del pensiero propriamente poetico mi sembrato poi rilevabile nella formula con cui Dante definisce il proprio stile in Purg. XXIV, 5254:E io a lui: I mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo che ditta dentro vo significando

che ricalca la definizione dei modi significandi in Boezio di Dacia (Modi significandi sive quaestiones super Prisc. m., q. 17): Modi significandi dictionum sunt principia per quae fit iunctura dictionum in contextu partium orationis ad exprimendum debito modo conceptum intentum (cfr. Pinto 2002). Daltra parte, relativamente al disdegno di Guido di Inferno X, in altra occasione ho cercato di mostrare come lerrore di lettura del personaggio-Cavalcante consista proprio nella inversione di soggetto e oggetto rispetto al predicato ebbe a disdegno, per cui Guido pi ed oltre che disdegnante, viene l presentato (secondo una delle due letture possibili) come disdegnato (Pinto 2000-2001). Il che da una parte coincide alla lettera con limmagine di amante disdegnato dalla donna amata che Guido 76

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esibisce di s6, e dallaltra traduce sul piano romanzesco la tesi averroista circa il carattere oggettivo, e non soggettivo, della posizione che lindividuo (nellesempio di Tommaso, Socrates) occupa nel processo di conoscenza7. Il disdegno di cui questione nel brano quindi quello di Beatrice, cio della donna in quanto astratto soggetto/oggetto di desiderio e conoscenza dei due poeti. Il disdegno di Beatrice apre un cammino esegetico privilegiato per osservare il modo in cui luniverso erotico-lirico si riconnetta, isomorficamente, alluniverso filosofico-speculativo, giacch in Guido, come di conseguenza anche in Dante, esiste un preciso rapporto fra la concezione dolorosa dellamore e la teoria averroista della unit dellintelletto. Ci che sul piano sentimentale si presenta come angoscia mortale determinata dal disdegno della donna, sul piano speculativo si presenta come impossibilit di tradurre i fantasmi del desiderio in principi razionali (poich la passione impedisce il salto conoscitivo verso luniversalit del concetto). Inoltre il nesso che unisce immediatamente filosofia e teologia, nella cultura dellepoca, stabilisce una ulteriore connessione fra lerotismo da cui parte lesperienza lirica e luniverso teologico della trascendenza religiosa, connessione tanto caratteristica dei due poeti, e dei cosiddetti stilnovisti, quanto sostanzialmente estranea alla poesia precedente8. In tale prospettiva, lo scambio di sonetti fra Bonagiunta e Guinizzelli (Voi che avete mutata la mainera e Omo ch saggio non corre leggero) e la sua rivisitazione da parte di Dante nei canti XXIV-XXVI del Purgatorio, sanciscono inequivocabilmente che la rottura nella tradizione lirica italiana e linizio della modernit letteraria coincidono con una sperimentazione poetica che collega il desiderio sessuale alla ricerca filosofico-teologica (con forme e gradi diversi di approfondimento e complessit, nei vari scrittori). Risulta quindi pienamente pertinente lallusione, nella definizione dello stil novo cui si accennava prima, a linee di ricerca squisitamente averroiste, come sono le teorie modiste sul linguaggio, poich con essa Dante mette in evidenza una componente ideologica essenziale della propia poetica e dei suoi pi immediati interlocutori. Pu risultare incongruente addurre una tesi aristotelico-radicale sul linguaggio (quella 77

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dei modisti) accanto ad una fonte mistico-agostinana (quella che risulta dallo spirito damore che dictat interius, nella stessa terzina). Ma proprio di Dante conciliare, nella sua prospettiva teologica, ci che nella logica storica e reale non lo sarebbe. Tali incongruenze sul piano della teoria rappresentano appunto la specificit della sua poetica, che sarebbe riduttivo (data la statura del suo genio) analizzare esclusivamente con i criteri della coerenza concettuale delle scuole di pensiero. Queste sono, in realt, il materiale che Dante trasforma in poesia, elaborando nuove e a volte stupefacenti sintesi, i cui percorsi concettuali vanno per ricostruiti per capire le strategie inventive del poeta. Risulta, di conseguenza, criticamente necessario descrivere le modalit di trascrizione della esperienza di desiderio in quella di conoscenza, soprattutto nei due principali protagonisti di tale transcodificazione, cio Cavalcanti e Dante, la cui solidariet o complicit in materia poetica (ben documentata, almeno fino alla composizione del libello giovanile, dalle affermazioni ivi presenti) si basa innanzitutto sulla comune adesione (totale in Guido, parziale in Dante) ai presupposti gnoseologici dellaverroismo. 2. Si considerino da una parte i sonetti di Cavalcanti A me stesso di me pietate vne (vv. 9-11) e Certo non de lo ntelletto accolto (vv. 12-14):A me stesso per che, quandi guardo verso lei, rizzami gli occhi dello su disdegno s feramente, che distrugge l core. Certo non Ancor dinanzi m rotta la chiave del su disdegno che nel mi cor verso, s che nho lira, e dallegrezza pianto9;

e dallaltra Donna me prega, 29-34:[Lamore, cio un accidente che sovente fero]

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Non vertute, ma da quella vne ch perfezione (ch si pone tale), non razionale, ma che sente, dico; for di salute giudicar mantene, ch la ntenzione per ragione vale.

Il disdegno di lei, nei due sonetti, visualizza con una immagine di plastica evidenza (gli occhi / la chiave del disdegno) gli effetti psichicamente distruttivi del desiderio, il cui doloroso scacco per lio la canzone interpreta, a sua volta, como esaltazione totalizzante della sensibilit (averroisticamente concepita come perfezione dellanima), la quale occupa il luogo che spetterebbe alla razionalit, surrogandone le funzioni ed usurpandone la attivit di giudizio (usurpazione tanto pi agevole in quanto le attivit di essa sono concepite come universali ed astratte, non sostanzialmente collegate alla mente e alla persona). Un desiderio sessuale che si dispiegasse nellambito della normalit fisiologica, infatti, non ostacolerebbe lesercizio della ragione (lintelletto agente, che dallesterno interviene sui fantasmi prodotti dalla sensibilit, concettualizzandoli), poich non invaderebbe con la sua oltranza (oltre misura di natura torna, 44) il dominio della razionalit. Tale premessa, implicita del ragionamento di Guido, essenziale, poich costituisce uno degli assiomi condannati da Tempier nella sua requisitoria contro laristotelismo radicale degli artisti10. Questo presupposto si scontra infatti frontalmente con i requisiti ascetici della cultura clericale, che fa della rinuncia alla sessualit la condizione del proprio esercizio intellettuale (e il fondamento etico della identit del chierico). Non si capisce il pessimismo di Guido, cio la sua interpretazione agonizzante del desiderio, se non lo si mette in rapporto con una teoria (laverroismo, appunto) che spacca in due lessere umano scavando un abisso fra il lato sensibile e passionale della psiche e il suo lato intellettuale, abisso che solamente chi esercita la filosofia in grado di colmare. Colui che vittima del desiderio, invece, incapace di farlo, poich il fascino esercitato dal corpo della persona desiderata (la veduta forma di Donna me prega, 21) ottenebra la sua mente imprigionandola nel circolo vizioso 79

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della passione, che non ha altro orizzonte che non sia quello rappresentato dalla persona sessualmente concupita, e che condanna quindi il soggetto a proiettarsi interamente in una dimensione, quella del corpo, destinata a perire con la