Cardini Franco-GRECITA’, LATINITA’, ROMANITA’, BARBARITA’, GERMANESIMO2012

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    01-Dec-2015

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    GRECITA, LATINITA, ROMANITA, BARBARITA, GERMANESIMO 16.7.2012

    Ci si pu interessare alle radici in sei casi. Primo, se ci si occupa di botanica, o di giardinaggio, o semplicemente di coltivare lorticello di casa (chi ha la fortuna di possederne uno). Secondo, se ci si occupa di filologia, di fonetica, di linguistica, di lessicologia e scienze affini: in quel caso la radice una cosa precisa. Terzo, se si odontoiatri: e anche l si va sul sicuro. Quarto, se si ha dimestichezza con la teologia morale: nel qual caso si rinviati, in termini analogico-simbolici, alla botanica ( per esempio, radix omnium malorum est superbia). Quinto, se si cultori di algebra: e anche qui vale il commento relativo al secondo e al terzo caso. Sesto, se i nostri interessi sono storici, sociologici, antropologici, demopsicologici, politologici: in quel caso il termine radice, di solito associato o pi spesso contrapposto a quello origini, acquista una polisemanticit, una flessibilit, una complessit tali da indurre chiunque a servirsene il meno possibile.

    Secondo lultima tra le accezioni indicate, la parola entr nelluso politico corrente come aggettivo (radical reformer, riformatore radicale) trasformandosi poi in un termine che indicava un movimento o un atteggiamento concettuale (radicalism), che quindi, in Germania e negli Stati Uniti soprattutto, ha assunto il significato di estremistico. Il suo significato etico-politico originario qualificava la volont dindividuare il nucleo pi profondo, pi autentico e pi nascosto di istituzioni, strutture e consuetudini correnti, e di solito accettato come ovvio, naturale e comunque suscettibile s di riforme e di modifiche ma non di rimessa in discussione, allo scopo invece di modificarlo o ( proprio il caso di dirlo) di sradicarlo.

    In tempi pi recenti, invece, si avviata la problematica della ricerca o del recupero delle radici in un mbito molto lontano se non addirittura opposto a quello che assist al sorgere storico del radicalismo politico: lmbito dellidentificazione dei valori identitari, importante quando tra Sette e Ottocento si sono andati sviluppando il concetto e il sentimento di nazione e quindi, in tempi pi recenti, divenuta secondo alcuni drammaticamente necessaria nella misura in cui gli esiti ultimi della Modernit e della globalizzazione (ipertrofia dellindividualismo, critica rivolta alle tradizioni e alle consuetudini, omologazione culturale, esperimenti multiculturalistici, scontri di civilt) rischiavano di mettere in crisi la coscienza di appartenenza appunto identitaria.

    Bisogna per sottolineare, arrivati a questo punto, che la ricerca relativa alle origini e quella relativa alle radici di una cultura o di una civilt possono anche procedere di apri passo, sovente possono anche intrecciarsi e confondersi a causa dello scarso rigore epistemologico di chi le porta avanti, ma sono due cose in s molto diverse. La ricerca relativa alle origini non pu non puntare su dati storici, etnologici, antropologici, linguistici obiettivi, o comunque avvertiti come tali da chi al conduce, e non pu pertanto che giungere a risultati di tipo deterministico: si pu in altri termini procedere ad analisi biologiche e filologicolinguistiche tese a tradurre in termini scientifici, ad esempio, le successive vicende del popolamento di una certa area (penso ad esempio alla ricerca dei Cavalli Sforza). Lo studio storico delluniverso mentale e immaginario dei singoli gruppi che si sono incontrati e confrontati in varia misura per costituire un popolo, una nazione, pu chiarire in che misura da certe origini si passati allo sviluppo di istituzioni e di strutture specifiche. Ma si resta nel campo di quella che, in tedesco, si chiamerebbe la Zivilisation. Possiamo, per esempio, porci il problema genetico dello sviluppo della Zivilisation abruzzese: si dovr allora cominciar col delimitare attentamente il campo geostorico della nostra ricerca (lAbruzzo storico, o meglio gli Abruzzi storici, non coincidono sempre e del tutto con lattuale regione amministrativa); quindi, incrociando la storia con letnoantropologia, la fisiologia e la linguistica-dialettologia, si dovranno stabilire

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    al meglio possibile struttura antropica eventualmente autoctona, pelasgica (e gi qui il ricorso a ipotesi, teorie e quindi in ultima analisi strumenti pi ideologici che scientifici saranno inevitabili) tempi, provenienza, ragioni, entit quantitativa e vicende precise di ogni successiva migrazione, modi dinsediamento, elementi di convivenza e di scontro e cos via, badando bene in termini braudeliani a tener ben presenti e ben distinti gli elementi di lunga durata e quelli al contrario emergenziali. E, siccome il tempo non una realt omogenea, dopo aver individuato i tempi lunghi delle migrazioni e delle acculturazioni bisogner confrontarli con quelli brevi della politica e delle istituzioni: assoggettamento alal repubblica romana, cristianizzazione, effetti delle Vlkerwanderungen di lunga, media e breve durata, peso delleconomia transumante e del pericolo dincursioni dal mare, inquadramento in realt istituzionali e demografiche come lappropriazione e la messa a cultura dei suoli, il rapporto con lambiente, gli inquadramenti monastici, diocesani e pievanili, i rapporti vassallatico-beneficiari, quelli tra centri demici e campagne, limpiantarsi di attivit manifatturiere e mercantili, le dinamiche geoclimatiche. Solo una volta stabilite tutte queste cose si potr dare una risposta precisa alle domande relative alle dinamiche storico-antropologiche che hanno favorito e/o determinato limpiantarsi della festa dei serpari di Cocullo, o della cultura dello zafferano di Sulmona, o di quella dei torroni e dei confetti sempre di Sulmona o dellAquila, o di quella degli argenti e delle filigrane di Guardiagrele. Ma saremo sul piano dellidentificazione e dello studio delle origini e delle dinamiche, quindi della Zivilization: al quale potr anche darsi, forse, qualche pi precisa risposta alla domanda relativa a che cosa siano gli abruzzesi di oggi. Ma non ci dir nulla anche se potr predisporci a formulare qualche risposta alla domanda relativa a quel che essi oggi sentono o credono di essere, che riguarda invece la Kuktur: e stabilire il rapporto tra le due dimensioni estremamente arduo.

    Ci dal momento che, se lalbero della Zivilisation ha radici fisiche gruppi umani, rappresentazioni mentali, vicende storiche obiettive e ricostruibili nella misura in cui il vero storico risultato della ricerca pu somigliare al vero obiettivo, che di per s inconoscibile -, quello della Kultur ha viceversa radici che sono state individuate e scelte, o che vengono di continuo individuate e scelte di nuovo, da quanti di una certa civilt si sentono parte e alla loro appartenenza attribuiscono un dato valore. Lalbero della Kultur somiglia allalbero che simboleggia il Paradiso in Dante, un albero rovesciato che trae il suo vitale alimento dal Cielo: lalbero che vive de la cima e frutta sempre e mai non perde foglia (Paradiso, XVIII, 29) e il suo modello archetipico si trova nella cultura vedica. Le radici di una civilt, identificate dalla riflessione di quanti la condividono e soggette quindi alla sua dinamica storica, con tutto il peso dei suoi caratteri di continuit, ma anche di rottura e di emergenza, di irruzione dellevento e dellimponderabile, sono quelle che essa identifica: sono pertanto frutto non dindagine obiettiva, bens di elezione e di selezione, dunque di decisione.

    Si parla molto, oggi, di romanit e di germanesimo, e anche di grecit e di germanesimo: e ci senza dubbio in quanto lintransigenza tedesca di fronte alla crisi finanziaria europea ha risvegliato animosit e con essa pregiudizi antichi e recenti. Qualcuno ha rispolverato i termini di latinit e germanesimo come contrapposti o come complementari. Qualcun altro ha riesumato la balla propagandistica risorgimentale del tedesco come erede del barbaro invasore e secolare nemico dItalia, roba degna solo della brutta poesiola di Giovanni Berchet. Basta far attenzione alle dediche alla Maest cesarea dellimperatore evidentemente un Asburgo, la germanicit del quale era indubbia apposte a molte opere di quel grande, autentico indagatore delle radici culturali dItalia che era il canonico Antonio Muratori, per convincerci di quanto improvvisata e arbitraria fosse la verniciatura antitedesca di tanto romanticismo risorgimentale italiano. Ma proprio questo uno degli snodi problematici del nostro discorso. E bisogna rivolgerci per rendercene conto ancora una volta proprio al Berchet e alla sua Lettera semiseria di Grisostomo, del

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    1816, testimone straordinario delle contraddizioni nelle quali si dibatteva no quanti, guardando appunto a modelli come quelli della de Stal, di Herder, degli Schlegel, di Schiller e di Brger proponevano una poesia nuova che attingesse alla spontaneit popolare abbandonando finalmente limitazione e la scuola, il che nelluniverso polemico del Berchet e nella temperie della primissima Restaurazione significava ribellarsi contro il neoclassicismo propugnato dallaustrofila rivista Biblioteca italiana per fondare una poetica nuova, quella romantica italiana appunto, che a sua volta sarebbe per tanti versi tornata a guardare ai modelli classici, vale a dire greci e latini, che del resto erano gi stati fondamentali nellet bonapartista ma che sispiravano eccoci a un altro snodo importante al rinnovamento estetico, archeologico e filologico della cultura ellenica proposto anzitutto da artisti, intellettuali e studiosi tedeschi del Settecento per quanto presto e rapidamente diffuso in tutta Europa. Esisteva dunque un classicismo negativo, quello veicolato dalla cultura accademica e conservatrice sentita nellItalia della Restaurazione come il linguaggio della tirannide straniera, e un classicismo positivo ereditato dalla tradizione popolare italiana, che evidentemente risaliva allet italico-romana e che avrebbe magari potuto essere risvegliato dalla lettura in traduzione delle ballate tedesche come quella del Brger relativa al tema folklorico del wilde Jger?

    Naturalmente, il complesso confronto-opposizione grecit-latinit-romanit-barbarit-germanesimo, pi antico e ricco di variabili che non si prestano a una semplificazione. Nessun dubbio che esso affondi le sue origini/radici (dopo tutto quel che abbiamo detto, i due termini non possono certo venir usati come sinonimi) nellantica distinzione nella contrapposizione latina tra Romania (nel senso del dominio di Roma e dellinsieme dei popoli ad essa soggetti: concetto presente nella Vita Augustini die Possidio, 30,1, e in Orosio, 3,20,11) e Romanitas (usi e tradizioni romani in Tertulliano, De pallio, 4,1), cui si annettevano anche il carattere di humanitas, e barbaria/barbaries (che in italiano si dovrebbe tradurre con barbarit piuttosto che con barbarie, dato il carattere peggiorativo che tale termine ha assunto in generale e che al campo semantico che andiamo delineando non comunque estraneo), che nel latino medievale assunse anche la forma barbaritas, che certo in origine qualificava la differenza linguistica e in quanto tale etnica, ma non senza un elemento comunque di condanna, che lassociava alla immanitas, termine corrispondente al complesso ferocia/brutalit/grandezza smisurata quindi mostruosit: il che immediatamente poneva il problema della non-appartenenza dei barbari allhumanum genus e quindi il loro non-diritto di godere di quelle leggi divine che tutelano il rapporto tra gli umani, quelle che Ulisse invoca al cospetto di Polifemo. Vero daltronde che gi gli egiziani, secondo Erodoto 2, 158, indicavano come appartenenti a una categoria dubbiamente umana i parlanti una lingua diversa dalla loro e che lidea dellavversione nei confronti degli allofoni si form in Grecia evidentemente soprattutto nei confronti dei popoli orientali, dal momento che ad occidente vera, al riguardo, ben poco cui contrapporsi: ma, appena sorse il problema dei romani (e/o dei celti), non si esit ad applicare ad essi stessi la qualifica di barbaroi.

    Una qualifica non reciprocamente assunta, con ogni evidenza. Allorch Graecia capta ferum victorem cepit, i romani si associarono immediatamente agli elleni nel definire barbari gli altri popoli, escluso i loro due, e ad appropriarsi, attribuendolo a loro stessi, del diritto degli elleni di dominare su tutti i barbari, come Euripide aveva affermato nellIphigenia in Aulide, 1379, e Aristotile in Politica, 1, 2. Impoprtantissimo in questo senso il giudizio di Aristotele che attribuiva ai barbari dEuropa il coraggio (thumos) ma non lingegno (dinaoia), mentre a quelli dAsia negava il coraggio ma concedeva lastuzia: laddove nei greci trovava presenti thumos e dinoia al tempo stesso. Caratteri che sarebbero pervenuti al medioevo cristiano, dove nelle Chansons de geste il perfetto cavaliere deve possedere insieme prouesse e sagesse.

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    Vero daltronde che il campo di applicazione etnogeografico del concetto di barbaria era suscettibile di mutare con il cambiamento delle condizioni socioistituzionali, a loro volta connesse con le vicende dellampliamento dellimpero romano. La dicotomia romanitas/latinitas era gi stata miticamente superata fino dai tempi di Romolo, per quanto Vrirgilio la rievochi commosso nellEneide, e i latini avevano linguisticamente parlendo vinto i barbari troiani donando loro la lingua; eppure il peso delle mitiche origini troiane si era mantenuto in termini di residuo disprezzo-difficenza per i greci, destinato a serpeggiare per tutta la tradizione romana e a sopravvivere nello stesso medioevo latino fino ad alimentare laltro mito, quello del graeculus vile ed astuto, con il quale i franci medievali bollavano i greci bizantini; e laltro ancora, ad esso correlato, della comune origine di romani, di germani e addirittura di turchi dagli antichi troiani, assunto come pretesto eziologico per un antibizantinismo che lo scisma dOriente del 1054, le campagne normanne contro limpero di Costantinopoli e le crociate (specie la prima e la quarta; ma anche al seconda, soprattutto a causa della propaganda del normanno Ruggero II). Daltronde, nel mondo romano che aveva profondamente collegato civilt romana e civilt greca fino dal II secolo a.C. (non dimentichiamo tuttavia che la Graecia capta non era pi, propriamente, quella della civilt di Pericle, bens quella gi metabolizzata nellellenismo alessandrino) anche i galli e perfino gli iberici occidentali, gli hispani, vennero gradualmente liberati dalla denominazione di barbari, che rimase per i popoli germani e per quelli orientali al di l dellEufrate. Tacito per, componendo la sua Germania, immetteva nel mondo romano un elemento di considerazione, di rispetto e se si vuole di simpata (nel senso etimologico del termine) nei confronti dei barbari germani, che andava del resto di pari passo con la crescente stima che essi sapevano guadagnarsi, con il loro indomito coraggio, come guardie del corpo di vari impera...